Il paradosso dello sguardo: etica, mercato e il modello che ha diviso Udine.

 Il paradosso dello sguardo: etica, mercato e il modello che ha diviso Udine.
Autore: Marco P. Monguzzi
Data: Tunisia  - Novembre 2024 
Sezione: Style News / Luxury & Culture
Tempo di lettura: 6 min

Dopo aver esplorato i mondi della gioielleria e della musica, oggi volgiamo con Style lo sguardo al cinema. Non come cronaca, ma come un pezzo di gioielleria della comunicazione: lavorato con precisione, privato di orpelli commerciali, capace di riflettere la luce del paradosso economico senza farsi abbagliare dalle sue logiche. È da questa prospettiva non mercificabile che affrontiamo un caso che ha rapidamente superato i confini della selezione festivaliera per farsi paradigma universale sull'etica della rappresentazione.
Al centro della riflessione c'è To My Nineteen-Year-Old Self di Mabel Cheung, documentario premiato come Miglior Film ai Hong Kong Film Awards nell'aprile 2023. La regista non si è presentata alla cerimonia, lasciando un solco profondo nell'opinione pubblica, divisa tra chi celebrava il valore artistico dell'opera e chi ne condannava i metodi produttivi. Il film era stato inizialmente selezionato per il Far East Film Festival, punto di riferimento italiano per il cinema asiatico. Tuttavia, il distributore Golden Scene ne ha ritirato la proiezione, dichiarando di voler rispettare la decisione della scuola di fermarne la circolazione finché non fossero state chiarite le questioni legate alla privacy e al benessere delle protagoniste minorenni.
Qui emerge il nodo strutturale: il conflitto tra il valore culturale di un'opera e l'etica della sua produzione. Nato come diario intimo e atto di memoria storica per Hong Kong, il documentario non aveva ambizioni commerciali. Eppure, nel passaggio dall'archivio privato al mercato globale, si è trasformato in una merce culturale. Il paradosso è quasi crudele: più il film ha ottenuto successo di critica e pubblico, più il disagio per le protagoniste è aumentato. In questo sistema, danno umano e guadagno commerciale diventano direttamente proporzionali. È un'equazione brutale: maggiore è l'intimità scavata, maggiore è il valore artistico e finanziario riconosciuto, ma anche più profondo è il costo pagato dai soggetti più vulnerabili. In un contesto in cui la cultura deve necessariamente passare attraverso il mercato per essere visibile, il successo dell'opera rischia di diventare la condanna di chi l'ha resa possibile.
Di fronte a questo dilemma, la scelta del ritiro è stata letta da alcuni come un "gesto di rispetto". In realtà, si tratta di una chiara evasione etica. Il ritiro non è un ripiego prudenziale: è una strategia per mettere la produzione e la distribuzione al riparo da conseguenze legali e morali, senza affrontare il trauma irrisolto dei soggetti coinvolti. Rendere invisibile il film non cancella il pregiudizio; congela il sistema economico e giuridico esattamente com'era, lasciando intatta la dinamica di sfruttamento. Anzi, la scomparsa dalla programmazione può innescare l'effetto Streisand, alimentando il mito e il desiderio del pubblico mentre il danno originale resta irrisolto. La vera cultura indipendente non dovrebbe fuggire dal conflitto, ma averne il coraggio. Dovrebbe essere capace di esporre anche i propri fallimenti etici, coinvolgendo le fasce più deboli non solo nella narrazione, ma nella consapevolezza e nei benefici – non solo monetari, ma culturali e simbolici – generati dall'opera. La riparazione non può essere lo spegnimento della luce.
Per superare questa impasse, occorre scardinare la logica lineare – causa ed effetto, danno e risarcimento – che finora ha guidato il dibattito. Attraverso la lente della meccanica quantistica, non come esercizio retorico ma come cambio di paradigma, possiamo immaginare una "cultura quantistica". In questo modello, la tutela non è un contratto statico, ma una variabile dinamica: il consenso dovrebbe evolvere ogni volta che l'opera cambia "stato energetico", dalla scuola al festival, dal festival allo streaming globale. La protezione dell'immagine e della dignità deve diventare una costante universale, slegata dal reddito o dal potere contrattuale. La riparazione, dunque, non può essere un lento negoziato o una rimozione, ma un salto quantico: significa che l'opera deve cambiare natura, non essere cancellata. Deve essere ri-montata, contestualizzata, commentata o integrata direttamente dalle voci dei protagonisti. Immaginiamo una tecnologia civica applicata: piattaforme digitali dove il soggetto può revocare il consenso con un click, attivando istantaneamente una versione dell'opera con disclaimer, oscuramenti selettivi o tracce audio aggiunte che restituiscono agency a chi è stato ripreso. La riparazione diventa trasformazione attiva, non censura passiva.
Ma la meccanica quantistica ci ricorda un'altra verità, spesso scomoda: è l'osservatore a far collassare la funzione d'onda. E qui la domanda si fa diretta per noi, pubblico. Siamo davvero spettatori neutrali? Guardare consapevolmente un'opera la cui genesi è contestata, senza interrogarsi sulla sua produzione, significa partecipare all'estrazione di valore? La nostra attenzione è il mercato che legittima il danno. Integrare la responsabilità dell'osservatore è fondamentale: il modello non funziona se cambia solo la produzione, ma non il nostro modo di consumare. Diventare osservatori critici significa chiedere trasparenza, sostenere le versioni "riparatrici" dell'opera, e riconoscere che il nostro sguardo ha un peso etico reale.
Il caso di questo documentario ci offre un paradigma esportabile: tutela universale, riparazione come salto di stato, osservatore consapevole. Dobbiamo smettere di trattare le persone come "materia prima" per la creazione artistica e riconoscerle come parte integrante della sua esistenza. Senza di loro, l'opera non ha massa, non ha energia, non esiste. Solo così potremo costruire un ecosistema culturale in cui la voce dei più vulnerabili non sia sfruttata, ma ascoltata, protetta e valorizzata. E forse, proprio da Udine, tra i cieli che ispirarono le Stelutis Alpinis, può rinascere un nuovo patto tra arte, etica e comunità: un patto che, come la migliore gioielleria della comunicazione, non cerca il prezzo più alto, ma la trasparenza più pura.

Marco Monguzzi

Analista di comunicazione strategica e dinamiche istituzionali globali

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